Industriali e terzo settore insieme per dare una risposta alla piaga della recidiva. A Cuneo torna il festival Articolo 27 Expo, tra gli ospiti Brunetta e Colombo
“Quante mamme sarebbero disposte ad affidare i figli o ad assumere per attività domestiche donne che stanno scontando la pena in carcere, pur senza aver commesso reati violenti?”: la domanda che pone Giuliana Cirio - “anche a me stessa” precisa - ha il merito di rompere quella coltre di ipocrisia che sovente circonda i discorsi sul reinserimento lavorativo dei carcerati.
Perché è facile - troppo facile - parlare in qualche salone d’onore del valore rieducativo della pena e della bellezza dei principi costituzionali sottesi. Molto più difficile è sporcarsi le mani. Lo testimoniano i numeri, impietosi, che squaderna il presidente della cooperativa Panatè Davide Danni: in Italia ci sono 64mila detenuti e solo il 5% di questi lavora per un datore di lavoro esterno al carcere. L’80% di questi datori di lavoro impiega al massimo due detenuti, il 64% dei progetti non supera i due anni. Eppure il lavoro “cura” sul serio: secondo gli studi del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel), oltre il 70% dei detenuti in Italia torna a delinquere dopo l’uscita dal carcere. Per quanti sono coinvolti in progetti lavorativi e di formazione, invece, la recidiva crolla sotto il 10%.